Milano, dall’alto dei suoi bassifondi.

Abbiamo visto spesso, con i nostri articoli de La Milano che non si sa, come i destini della città siano stati determinati spesso dai duchi o dalla nobiltà. Ma esiste invece anche un’altra Milano, che ha contribuito non poco a fare grande il carattere meneghino. E’ la Milano della fatica, del sudore, anche quello della miseria e degli ultimi. E di questo voglio parlare oggi… di quelli che erano una volta, almeno tra la fine dell’Ottocento fino alla metà del sec. XX, i bassifondi, i luoghi e il mondo della mala. A Milano, la chiamavano la ligéra o leggera, quella piccola criminalità di chi viveva di espedienti, ai margini, composta principalmente da ladri, truffatori, rapinatori, piccoli estorsori e sfruttatori della prostituzione e caratterizzata da un’attività compiuta all’arma bianca, senza l’uso delle armi pesanti. Ma quali erano questi luoghi poi cantati, quando la ligera non c’era più, soppiantata dall’arrivo delle attività estortive o del crimine organizzato? Stiamo parlando naturalmente dei quartieri popolari, non essenzialmente in periferia, come potremmo pensare oggi,  disseminati per le vie del centro dove convivevano, in maniera strettissima, miseria e nobiltà, gli straccioni da una parte e,pochi passi più in là, l’alta borghesia che della fatica e dei servizi di questo mondo popolare aveva così bisogno! E’ ancora la Milano nebbiosa dello scrittore Delio Tessa che agli inizi del XX sec. restituisce al lettore immagini indimenticabili della povera gente, di impiegati e brumisti, pittori e tabaccai, rilegatori di libri e prostitute.

Una vecchia foto immortala il fitto tessuto abitativo del Bottonuto

Una vecchia foto immortala il fitto tessuto abitativo del Bottonuto

Iniziamo il nostro viaggio dai quartieri o dalle vie più antiche, ormai scomparse e di cui si ha solo il ricordo in qualche foto d’epoca, o in un toponimo o in qualche canzone. Parliamo allora del quartiere del Bottonuto, spazzato via dalle speculazioni degli affaristi del Ventennio e soppiantato dai quartieri intorno a Piazza Diaz e alla Statale. Paolo Valera, uno dei grandi cantori di questa Milano così lo descrive:”… E’ un ambiente di case malfamate. Vi si vende di tutto, è una fogna, una pozzanghera… le finestre sono sporche, diffuse sui muri più sporchi di loro…il sudiciume traspira dalle muraglie. Tutto è abominevole. La gente che vi vive è fradicia come le vecchie abitazioni del luogo. La demolizione sarebbe un salvagente. E’ una zona pestilenziale. Tutti fanno pancia. Direttamente o indirettamente, sulla prostituzione”. Famoso era il “casott”, la casa chiusa che aveva, secondo le testimonianze, un portoncino basso con spuntoni di ferro illuminato da una flebile luce”. I “casott”, in milanese le case d’appuntamento, erano chiamati cosi perché ospitati spesso in lotti chiusi, all’interno delle palazzine. Sempre al Bottonuto, l’omonima piazza principale pullulava giorno e notte di vita ed attività, e si registravano popolari locali pubblici come il Tramway, la Mariuccia Barbisa Ciocattona, l’albergo Rodi, il café di Contratt. La via Postlaghetto (che, scomparsa, partiva dall’attuale piazza Velasca verso l’attuale Largo Richini, correndo parallela al Corso di Porta Romana ) era considerata una dei luoghi più malfamati della città, con luoghi di prostituzione ed osterie di malaffare. Alla fine della I Guerra Mondiale fu addirittura esclusa dal resto del quartiere con una sbarra. Di quel mondo oggi non resta nulla; è stato soppiantato dal tratto che dalla piazza Velasca scende verso Largo Richini, passando per i palazzi moderni su Via Pantano. La stessa elegante Via Chiaravalle, tra Via Larga e Via Festa del Perdono, ospitava gli innumerevoli “casott”, spesso destinati agli studenti della vicina Università Statale. E la vicina Porta Romana ancora dopo la guerra ricorda il sottobosco fatto di donnine allegre e di uomini che vivono di espedienti.

Anche di un altro quartiere popolare come la Vetra e i Vetraschi, abbiamo già parlato. Seppur in passato si era affrontato il grave problema del risanamento del quartiere e dell’isolamento delle basiliche dai tuguri dei miserabili, in realtà solo le bombe della II Guerra Mondiale poterono fare quella pulizia tanto auspicata dal regime fascista. Nel 1966 esce l’omaggio all’antico luogo da parte di un altro cantore della vecchia Milano come Giovanni Raboni, con il volume di poesie Le case della Vetra. Un altro luogo storico di povera gente, con case di ringhiera che pullulavano di mocciosi e di immigrazione dal Sud Italia era la vecchia Brera . Qui persino una strada, la Via dei Fiori Scuri (o Oscuri)prende il nome da un epiteto indicante una casa chiusa. Ancora negli anni ’70 era frequentata da artisti, venditori ambulanti e piccoli borseggiatori. Persino nella centralissima Via S. Pietro all’Orto, nella prima metà XX sec., prima dell’allargamento della strada con la successiva costruzione dei palazzi degli anni ’50, si contavano parecchi “casott”. Accanto alla chiesa di S. Carlo, ne era ricordato uno famoso con camere con specchi sul soffitto. Anche la Piazza XXIV Maggio era considerato un luogo poco raccomandabile.

Già slargo del Mercato dei cavalli, fu sempre, proprio per il grande assembramento di genti, luogo di condanne esemplari, tanto da definirlo il posto fuori Porta Ticinese “dove si trovavano le forche”. Nei caselli del dazio, una volta dismessi, nel XX sec., prima si stabilirono la Croce Rossa e la stazione di tramvie suburbane da/per Gaggiano -Abbiategrasso. E da sempre era anche sede della dogana sulla Darsena. E luogo di commerci rimase fino al secolo scorso, per chi giungeva in città da sud o per i navigli; quindi fu sempre luogo di malaffare e di sfrosador (gente che frodava il dazio), non solo uomini, ma anche donne che nascondevano di tutto sotto le vesti. Era un luogo davvero suggestivo.

Ma intanto anche la mala milanese si era spostata in quartieri più periferici, come la banda dell’Ortica presso i Tre Basei, o al Giambellino del Cerutti Gino, al quartiere operaio dell’Isola o alla Comasina della banda di Vallanzasca, ma questa è un’altra storia che vi racconteremo la prossima settimana!

 

 

 

 

Omaggio a Milano che crea e distrugge, extended

Questo nuovo intervento su questa sezione de “la Milano che non si sa”, prende le mosse da una commento di un nostro lettore all’articolo sull’abbattimento del quartiere Case Rotte per la costruzione del palazzo della Banca Commerciale, in Piazza Scala, in cui si mette in luce come ogni epoca abbia voluto lasciare il suo segno nella città, spesso (ahimè!) con sventramenti imponenti. Che sì, ci “regalano” il nuovo, ma più spesso ci cancellano antichi tessuti abitativi. E queste ferite sono tanto più traumatiche quanto più intervengono su aree centrali in cui si sono stratificati, pietra dopo pietra, consuetudini, costumi, vite di vicinato, che influiscono profondamente sulla quotidianità dei singoli. Perché spesso al di là della perdita di interi settori urbani, si tratta di veri e propri sradicamenti, di stravolgimenti di vita di interi nuclei familiari, a cui magari si prospetta una moderna casa in un quartiere più periferico.

Ora, non voglio farvi una carrellata di casi, ma la storia dell’urbanistica milanese è ricca di distruzioni eccellenti. Il nostro lettore ci fa notare ad es., come peraltro vi abbiamo già illustrato in precedenti articoli, che “senza sventramenti non avremmo neppure il Teatro alla Scala e la Galleria Vittorio Emanuele.(…) col delirio di onnipotenza di creare dal nulla il migliore dei mondi possibili. Lo stesso con cui Mussolini ricreava la romanità (…).Fosse pure vero che col senno di poi chiudere i navigli è stato una boiata “.

Naviglio di Via Senato prima della chiusura degli anni Trenta

Naviglio di Via Senato prima della chiusura degli anni Trenta

Il regime fascista applicò spesso, anche a Milano, il concetto di nuovo come creazione di una realtà migliore, di modernità applicata per motivi igienici. Con queste argomentazioni si coprirono i Navigli della cosiddetta fossa interna, per dotare il centro di ampie strade che facessero largo alla velocità dei veicoli a motore. O ancora più gravemente si spazzarono via ampi quartieri centrali, come il Bottonuto, un ampio e antichissimo settore urbano (tra Porta Romana e il Duomo), per fare spazio alle speculazioni immobiliari di Piazza Diaz  e ai palazzoni di Via Mazzini del “romanissimo” architetto Piacentini , lo stesso progettista che nello stesso periodo concepiva il Palazzo di Giustizia.

Veduta dall'alto degli sventramenti nel Bottonuto per la costruzione di Piazza Diaz

Veduta dall’alto degli sventramenti nel Bottonuto per la costruzione di Piazza Diaz

Quest’ultimo esempio peraltro non è citato a caso, perché per edificare l’imponente volume della cittadella degli uffici giudiziari si dovettero abbattere ben tre antiche strutture conventuali, che lì sorgevano tra Il Corso di Porta Vittoria e la Via S. Barnaba. Subito in fronte si sacrificò il convento di S. Pietro in Gessate, che aveva ospitato in ultimo i Martinitt, per costruire i nuovi uffici della Questura (poi Provincia). Ma il fascismo non risparmiò nemmeno monumenti simbolo: lo “sfregio” compiuto a Palazzo Reale (che in quel momento ospitava in qualità di reggia milanese gli appartamenti del re) per la costruzione del nuovo Arengario è un esempio illuminante! Si tratta ormai di un edificio ben integrato in una storicizzata Piazza Duomo, ma che dovette sacrificare l’ala viscontea di Palazzo Reale (la cosiddetta “Manica Lunga”) che si protendeva verso il Duomo, fin quasi a toccarlo.

Le distruzioni dei bombardamenti della II Guerra Mondiale intorno alla Vetra

Le distruzioni dei bombardamenti della II Guerra Mondiale intorno alla Vetra

Quello che non fecero gli appetiti degli speculatori vicini al regime, fecero più tardi i bombardamenti dell’estate del ’43 e del ’44, aprendo la strada ai nuovi quartieri del centro intorno alla Vetra o regalandoci l’elegante zona, caratterizzata dai begli esempi di Razionalismo, tra Via Albricci e Via Paolo da Cannobio. Ma questa è un’altra storia di una città che sa velocemente autorigenerarsi, poi denominata “ricostruzione”.