Un fortunatissimo uomo in carriera. E la casa degli 8 giganti!

Si parla sempre della casetta nel bosco dei 7 nani….oggi invece vi parlo della casa degli 8 giganti, sita nel centro di Milano, che oltretutto non si allontana molto dalla zona delle Case Rotte che pian piano stiamo imparando a conoscere. Ma come per ogni storia bisogna partire dal “c’era una volta”, che in questo caso si riferisce alla vicenda burrascosa di un autentico e fortunato arrivista del Cinquecento, ovvero Leone Leoni, e in particolare  della sua dimora, più nota come Casa degli Omenoni. Siamo nella Milano spagnola del XVI sec., in presenza di uno di quegli artisti sui generis, un creativo più rissosso del Caravaggio, che concretizzava la sua più riuscita cifra nel coniare medaglie e monete celebrative. Anche se lombardo, fu da tutti conosciuto come l’”aretino” per le sue origini. Allo stesso modo era noto in città, e con questo epiteto battezzarono anche quella piccola via di collegamento tra le Case Rotte e Piazza Belgioioso dove si trovava la sua abitazione. A lui si attribuirono grandi irrequietudini e un fitto girovagare per le corti italiane in cerca di lavoro.

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L’ingresso della Casa degli Omenoni sulla via omonima (foto di Robert Ribaudo)

Ma come arriva in città e soprattutto come riesce a costruirsi una casa da nobile? Con una fortunata carriera da arrampicatore sociale, come dicevamo prima, dandosi spesso alla fuga per non incorrere nella giustizia! Tutto comincia nel 1536 quando, accusato di aver coniato monete false, deve lasciare rocambolescamente la Zecca di Ferrara, dove aveva lavorato come incisore dei coni, per riparare nella “libera” Venezia presso Pietro Aretino. Giunto a Roma l’anno dopo, riesce ad avere la possibilità di coniare una prima medaglia per il papa Paolo III, grazie al fatto che lo scultore Cellini si trovava in carcere: questi poi l’accusa persino di avere tentato di avvelenarlo per sbaragliare la concorrenza! Ma gli intrighi della corte romana non risparmiano nemmeno la sua figura, e nel 1540 viene arrestato per il ferimento del gioielliere papale, e condannato all’amputazione della mano destra. La fortuna ancora una volta è dalla sua, e la pena gli viene poi commutata in un periodo di lavoro forzato sulle galere. Andrea Doria, principe di Genova, lo libera per fargli realizzare alcune monete dedicate al re di Spagna, Carlo V: il nuovo curriculum del Leoni viene notato dal governatore spagnolo di Milano, Alfonso d’Avalos e così il nostro si ritrova a essere incisore dei coni alla Zecca milanese fino al 1545. La carriera si impenna: la sua fama giunge all’orecchio del re di Spagna che lo “assume” come scultore. In altre parole oltre alla cadrega, ovvero la poltrona, ottiene addirittura un’intera casa! Si tratta di un’abitazione in contrada de’ Moroni (dal nome della famiglia che qui deteneva la maggior parte delle case, l’odierna Via Omenoni per intenderci), la dimora citata come “casa del Prato”.

Antica stampa con una veduta del prospetto della Casa degli Omenoni

Antica stampa con una veduta del prospetto della Casa degli Omenoni

Il palazzo viene da lui ampliato e ristrutturato, nelle forme del tardo ‘500 manierista, e adoperato come galleria delle sue collezioni d’arte: dipinti di vari artisti del tempo, da Tiziano a Correggio, sculture, trattati, persino opere di Michelangelo con cui aveva collaborato a Roma. E addirittura un cavallo “di rilievo di plastica” di Leonardo da Vinci! Il figlio Pompeo ingrandisce la già importante collezione con un gran colpo: il Codice Atlantico di Leonardo. Ma la supercarriera del Leoni non lo allontana certo dai guai con la giustizia: nel 1559 ferisce il figlio di Tiziano, Orazio; come però è stato ben raccontato dal Manzoni nei Promessi Sposi, nella Milano spagnola se avevi il favore di certi notabili del governatorato spagnolo, anche i crimini più efferati non solo non avevano grandi conseguenze penali, ma non ostacolavano nemmeno il conseguimento delle commesse. Così il Leoni continua a viaggiare in piena libertà e a raccogliere opere eccellenti per la sua dimora milanese che restaura e decora ulteriormente.

Scorcio con gli 8 omenoni (foto di Robert Ribaudo)

Scorcio con gli 8 omenoni (foto di Robert Ribaudo)

Ecco che tale residenza diviene famosa per le enormi cariatidi in pietra della facciata, detti in dialetto “Omenoni” (grandi uomini). Ma chi sono questi giganti posti sul prospetto? Anticamente li chiamavano “Prigioni” cioè i barbari sconfitti, tema caro all’arte della Roma classica e rinascimentale. Al di sopra delle teste dei barbari sono indicate le stirpi ai quali appartengono e nello scomparto centrale del fregio che corre sotto la gronda, il rilievo con la Calunnia sbranata dai leoni allude al nome dei proprietari, in altre parole al casato dei Leoni! Oggi, a titolo di cronaca, inglobato dall’Ottocento al palazzo retrostante che si affaccia sulla Piazza Belgioioso, dopo alcuni rimaneggiamenti novecenteschi, ospita il Club più esclusivo di Milano!

La Grande Brera, tanti progetti e persino un film.

Qualche giorno fa per motivi professionali, e in concomitanza con una mostra sui progetti di recupero di uno spazio espositivo per la Grande Brera (appena conclusasi alla Triennale), ho avuto modo di entrare in un luogo particolare: il settecentesco Palazzo Citterio, in Via Brera 12-14. E’ un vero e proprio gioiello architettonico, in pieno centro storico, inibito alla pubblica fruizione da anni, seppur in possesso del Ministero dei Beni e delle Attivita Culturali e del Turismo, e quindi in qualche modo proprietà di tutti.  Si trova non lontano da quella Pinacoteca di Brera, che ne avrebbe la custodia, come parte di quel progetto che doveva raddoppiare i suoi spazi espositivi e noto ai più sin dagli anni ’80 del XX sec., come Grande Brera. Il video che segue, ideato dai ragazzi di MACAO, che simbolicamente lo hanno occupato per un breve periodo per rialzare il sipario sulla triste vicenda, illustra la storia della lunga gestazione del progetto, regalandoci anche una carrellata di immagini suggestive e anche qualche sorpresa!

Se questa era la situazione fino a ieri, la mostra di cui vi ho accennato aggiunge qualche tassello in più. Pertanto la mia collega, l’arch. Francesca Varalli che spesso mi segue nelle mie incursioni nei luoghi a molti nascosti, ne ha voluto sapere di più e si è recata a vedere i progetti esposti. Senza entrare nel merito della qualità delle proposte, ci racconta così le impressioni suscitate:

Fino a domenica scorsa in Triennale una mostra presentava i progetti di rifunzionalizzazione e restauro di Palazzo Citterio: un racconto, molto ben proposto, delle visioni prefigurate dai 12 progetti (sui 13 partecipanti all’appalto concorso) che hanno interpretato, seppur all’interno di “paletti” definiti, l’articolazione della tanto evocata Grande Brera.

La facciata del palazzo Citterio, dietro la quale si celano le discese a spazi metafici

La facciata del palazzo Citterio, dietro la quale si celano le discese a spazi metafici

Il futuro del palazzo era opportunamente accompagnato dalla narrazione della sua storia. Non tutti la conoscono; pochi sanno quanto l’edificio nasconda al suo interno. E’ un viaggio nel tempo che la visita in loco fa vivere in modo dirompente (e anche un po’ malinconico); i materiali in mostra riuscivano a farlo intuire. Il video di Gianni Amelio, i modelli in legno, le fotografie, la ricostruzione delle vicende costruttive e i disegni dei progetti solo parzialmente realizzati: negli ultimi 40 anni (del 1972 l’acquisizione dello Stato) palazzo Citterio è stato teatro di interventi che hanno inciso profondamente sulla sua struttura settecentesca, ma che mai sono stati conclusi. Due, in particolare, i progetti avviati e interrotti, da conservare, secondo le previsioni, quasi integralmente. La vera sorpresa è scoprire che, di fianco all’Orto Botanico di Brera, nel pieno centro della città, c’è uno spazio sotterraneo, profondo decine di metri sotto il livello del cortile, interamente in cemento rimasto grezzo, a firma dello studio James Stirling, Michael Wilford & Associates, gli autori, per citare forse l’opera più nota, della Staatsgalerie di Stoccarda. Due piani sotterranei nei quali lo spazio ruota, muto, intorno a un enorme pilastro circolare con terminazione “a fungo”. Un luogo unico, inaspettato, che stupisce e affascina nella sua incompletezza. L’auspicio, tuttavia, è che questo nuovo capitolo non finisca ancora con qualche nome da aggiungere alla lista dei “non finiti” di palazzo Citterio.

In ultimo vorrei chiudere solo con un avvertenza: il video citato dalla mia collega si riferisce all’omaggio che il regista Gianni Amelio ha voluto fare alla bellezza del luogo, per una dimostrazione di gratitudine verso il Ministero dei Beni e delle Attivita Culturali e del Turismo (e quindi verso tutti noi!) per aver concesso tale sito come particolare location del suo ultimo film, ben interpretato da Antonio Albanese, “L’intrepido“. Per quanti avessero visto tale fim, sono molte le scene riconoscibili girate in questi spazi metafisici trasformati mirabilmente, a seconda dell’occasione, in una palestra di box o per le scene iniziali e finali proposte in questo frammento (il laboratorio con le protesi ortopediche e il magazzino di scarpe).

Ma a Milano, la campagna dov’era? in centro!

Milano, in un particolare momento della storia, si trova ad essere la capitale dell’Impero romano: la città subisce la prima grande immigrazione di nuove professionalità, personale di servizio al seguito dei funzionari pubblici e maestranze capaci di garantire beni e servizi, per cui l’imperatore Massimiano, che sposta qui la sua corte alla fine del III sec. d.C., è costretto a espandere la cinta muraria a Nord-Est.

Milano romana: Piazza della Scala (nel riquadro rosso) risulterà nuovo punto di cerniera tra la più vecchia Mediolanum e la nuova città

Milano romana: Piazza della Scala (nel riquadro rosso) risulterà nuovo punto di cerniera tra la più vecchia Mediolanum e la nuova città

Prima di questo momento, la zona compresa tra Piazza Scala e Piazza Meda era un borgo agricolo di campagna, la Piazza del Duomo periferia, il quartiere oggi occupato dalla Galleria stava a ridosso delle mura! In Piazza Scala passava il fossato e le relative mura romane, ritrovate nel corso degli innumerevoli scavi. In mezzo alla piazza, proprio davanti al teatro si apriva una porta, in corrispondenza dell’inizio del Cardo che tagliava in due la città. Ci vengono in mente le parole di Celentano “là dove c’era l’erba ora c’è una città”!… Perché con l’espansione, detta erculea, per l’epiteto preso dall’imperatore particolarmente devoto a tale divinità, qui lo scenario cambia, divenendo parte integrante del denso tessuto urbano. Le mura vengono spostate, inglobando la prima parte di Via Manzoni, almeno fino alla zona poi nota come Via Croce Rossa (all’incrocio con Via Montenapoleone per intendersi). Nel Medioevo la porta che qui si apre, prenderà il nome di Porta Nuova, e Piazza Scala diverrà il “Carrobiolo” (piccolo Carrobbio), poiché l’attuale Via Santa Margherita era il carruvium omonimo. Era uno spiazzo ricavato sull’incrocio di più strade (quasi sempre quattro, da Quadruvium), dove transitavano i carri, genericamente nei pressi di una porta, o dove si aveva un ampio spazio di manovra. Ciò dà l’idea di come la zona fosse densamente interessata da attività commerciali e artigiane, qui come nella vicina Piazza Meda, dove lo scavo realizzato nel 2005 per il parcheggio sotterraneo, ha messo in luce un intero settore urbano.  I reperti rinvenuti testimoniano la continuità abitativa dell’area, ricca di pozzi d’acqua, e per questo sede di attività artigiane legate alla concia delle pelli nella prima età imperiale e successivamente oggetto di grandi ristrutturazioni urbanistiche.

Tel chì el Scior Carera!

Tel chì el Scior Carera!

Il luogo diviene ben presto anche sede di importanti dimore o edifici pubblici e la prova sta anche nel fatto che poco più scostato, in Via S. Pietro all’Orto, fu rinvenuta e conservata, per secoli, la statua romana, di ottima fattura lapidea, dell’Uomo di Pietra, di cui ciabattinadx ci ha ben indicato l’ubicazione tempo addietro. Come forse ricorderete oggi si trova in corso Vittorio Emanuele di fianco a Zara…. L’iscrizione ai piedi dell’uomo ha per incipit ” CARERE DEBET OMNI….”: per questo i milanesi cominciarono a chiamarlo Scior Carera!!  Ma sinceramente… tra un vetrina e l’altra l’avete mai notato??

Un calderone al centro di Milano…ma quanti centri ha avuto la città?

L’appuntamento con la nostra rubrica sulle curiosità di Milano, stavolta ci porta in un luogo del centro storico, un po’ lontano dai più consueti giri turistici e anche da quelli del passeggio milanese. Stiamo parlando di uno dei posti più amati da Alessandro Manzoni. piazza S. Fedele; poiché qui aveva vissuto in gioventù (in un palazzo scomparso per far posto ad una banca) e qui veniva a prender messa tutti i giorni. E infatti non a caso vi è immortalato in una statua, che lo ricorda pensieroso e solitario, posta nel 1883, nel decimo anniversario della sua morte. Ma piazza S. Fedele non è solo il luogo manzoniano per eccellenza, ha un altro primato: è il primo centro di Milano! Era infatti il cuore del grande santuario celtico, un enorme elisse circondato da alberi (querce e olmi) con gli assi di m. 443×323, noto come medhelan. Qui è possibile che sia stata vista la scrofa bianca semi-lanuta, l’animale più venerato come guida-simbolo di Milano (da cui derivò probabilmente il nome latino Medio-lanum).

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Sulle spalle di Asterix e Obelix, due simboli fondanti della Milano celtica

Tale luogo, doveva essere disseminato di menhir, pietre sacre, destinate ai riti lunari della confederazione insubre. E proprio al suo centro vi era lo spazio (proprio l’attuale piazza S. Fedele) dedicato ai riti da officiarsi in particolari occasioni: il capodanno, le feste maggiori e i consigli di guerra. Vi era sicuramente una grande sala, costruita con pareti di fibra vegetale intrecciata. Al centro, come è descritto magnificamente dalle strisce di Uderzo con le storie di Asterix e Obelix, veniva acceso un fuoco con al di sopra un calderone, nel quale erano bolliti pezzi di carne di maiale selvatico e di manzo. Il druido, la figura religiosa più importante, poteva sceglierne il pezzo migliore dal pentolone, gesto simbolico che indicava per la comunità l’auspicio di un inesauribile nutrimento.

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Il druido col pentolone, da una rappresentazione di Uderzo.

Ma se S. Fedele è stato il primo centro di Milano, sorge spontanea la domanda: ma quanti centri ha avuto la città, nella sua storia? Per i romani, che si succedettero alla guida della pianura, il cuore cittadino era focalizzato nel foro. E quello di Mediolanum, così come ci indicano gli scavi archeologici, era situato dove oggi sorge l’Ambrosiana. Tutto intorno si innalzavano i templi dedicati alla triade capitolina. Con la caduta dell’impero e l’arrivo dei barbari, si affacciarono nuove istituzioni di governo e quindi nuovi luoghi di potere, spesso più favorevoli anche dal punto di vista geografico: i longobardi vedono più consono insediare le loro più importanti funzioni di comando in un luogo più in altura, e quindi più asciutto, ancora oggi ricordato come Cordusio. Il toponimo stesso discende dal termine Curia Ducis, poiché era sede del vicerè  (il duca), mentre il re era residente a Pavia. Agilulfo, duca di Milano, tra il VI e il VII sec. ne aveva fatto uno dei luoghi del suo potere (soprattutto quello dove si amministrava la giustizia, ma anche sede del suo vice, il gastaldo). Coll’alto medioevo il nome venne corrotto in Corduce o Cordusio e le autonomie comunali vi si insediano a ridosso, più vicino alla piazza del mercato (l’attuale piazza Duomo), segnando in maniera netta, anche geograficamente, l’ascesa della classe mercantile al potere. Il nuovo centro della città sarà allora il Broletto con la piazza dei Mercanti e il palazzo della Ragione, con la sua loggia, luogo questo deputato alle adunate della nobiltà.

Una scala moderna, che porta al piano superiore del palazzo della Ragione, in piazza Mercanti, ha sostituito la scala originaria in legno.

Una scala moderna, che porta al piano superiore del palazzo della Ragione, in piazza Mercanti, ha sostituito la scala originaria in legno, che nei momenti di maggior pericolo era pensata anche retrattile. (foto di Robert Ribaudo).

Bisognerà aspettare solo la fine del Trecento, con la costruzione della Veneranda Fabbrica, per vedere nella Piazza Duomo  il moderno centro cittadino.

CityLife, ovvero ancora un… Omaggio a Milano che crea e distrugge.

Un nostro assiduo lettore, nonchè amico e fotografo di questa rubrica, Luigi Alloni, mi ha mandato poche note di commento al mio ultimo intervento su come Milano, soprattutto negli ultimi tempi, crei e distrugga; articolo che a sua volta, prendeva le mosse, per chi non ci segue di continuo, da una risposta alla nostra Ciabattinasx che commentava con meraviglia la mostra su Chierichetti fotogafo tra le due guerre. Riporto quindi fedelmente il citato scritto:

“Milano cambia e ri-cementifica quelle aree ormai dismesse e/o obsolete, ma con grande fatica, dubbia interpretazione e prevalenza di grandi interessi finanziari.
Prendiamo un altro esempio: il quartiere CityLife (ex Fiera). Il rendering del progetto e la sua pianificazione prevedevano il completamento del progetto entro il 2015 (in tempo per l’Expo 2015), con la costruzione di alcune interessanti ed importanti strutture. Ora, il progetto è rimasto in stallo per parecchio tempo, la sua definitiva conclusione è stata rimandata al 2023 e molte delle strutture previste (vedi il Museo di Arte Contemporanea, il terzo grattacielo ed altre) non verranno più realizzate. Nel frattempo i costi, come sempre, sono arrivati alle stelle (tant’è che gli acquirenti delle abitazioni residenziali sono sul piede di guerra) ed il cantiere (a circa un anno dall’avvio dell’Expo 2015) è ancora una desolazione. Attualmente sono state realizzate solamente due aree abitative, un primo grattacielo in costruzione, il parco ridimensionato e da “far nascere”, la viabilità sotterranea…una chimera!
L’altra area di dubbio gusto interpretativo ed in fase di realizzazione (?) è quella del Portello.
Visitando queste aree, e forse qualche altra ancora, si fa fatica ad immaginarle “pronte” per il Maggio 2015! e riesce difficile non pensare a quanta speculazione finanziaria (andamento dei costi dei progetti, tempi di realizzazione, completezza dei progetti proposti) ruoti attorno a tutto quanto”.

L'area dell'ex Fiera interessata dal cantiere del nuovo progetto di riconversione

L’area dell’ex Fiera interessata dal cantiere del nuovo progetto di riconversione

Che aggiungere…ci vorrebbe un altro articolo per parlare dei tanti progetti traditi, e cantierizzati in nome della politica del fare, senza troppo domandarsi sul come! Prendiamo l’area della Fiera, citata dal nostro lettore: già in passato aveva cambiato la propria destinazione d’uso, essendo alla fine del XIX sec., la Piazza d’Armi oltre il Parco Sempione e poi, in quanto militarizzata, era stata destinata a un evento straordinario. Era l’Expo del 1906!! Come si può vedere, una manifestazione che riecheggia con puntualità ciclica nella moderna storia di Milano. L’idea di avere un’area da destinare a vetrina permanente, per una città in pieno sviluppo industriale come Milano piacque a tal punto che nel 1922 un Regio Decreto istituì la Fiera di Milano. Ora, in nome di questa nuova speculazione, CityLife (che già il nome in sè è tutto da ridere, Vita della Città!), il Comune di Milano (in verità, la scorsa giunta Moratti) ha fatto sì che venisse sottratta un’immensa area al patrimonio di tutti i cittadini per destinarla a un’enorme speculazione privata, anche qui con un salvacondotto di tutto rispetto, che permette di edificare oltre i limiti consentiti da qualsiasi Piano Regolatore in vigore. Nonostante tutto, le casse del Comune rimasero dissestate e fin da subito la nuova giunta Pisapia fu subito afflitta dai problemi di bilancio!

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Architettura da CityLife, nella foto di Luigi Alloni

Insomma, nulla poterono nemmeno le pressioni degli enti preposti alla tutela dei beni culturali, che facevano rilevare il valore storico ed edilizio di molti dei padiglioni presenti all’interno del regolare recinto fieristico. L’affare era imperdibile e Milano ci avrebbe guadagnato (a scomputo di oneri di urbanizzazione) l’imprescindibile Museo d’Arte Contemporanea nonchè il diritto di costruire nel sottosuolo un’altra opera di APPARENTE assoluta necessità come il lunghissimo tunnel di collegamento fra l’area della nuova Fiera di Rho-Pero e l’areoporto di Linate (ahimé, ormai poco utilizzato). Evidentemente, non tutte le crisi vengono per nuocere.

Le Case Rotte di Milano: il destino di un nome e la (s)fortuna di una famiglia.

Approfitto, per introdurre il tema di questa nuova tappa alla scoperta della nostra città, di una bella mostra presentata in questi giorni alle Gallerie d’Italia di Piazza Scala (un vero e proprio luogo della cultura, per chi non lo conoscesse ancora, egregiamente organizzato dalla Fondazione Cariplo, per valorizzare il suo immenso patrimonio). Tale mostra è il frutto del prezioso archivio che documenta la fine dell’ultimo brandello di un quartiere storico della vecchia Milano: Case Rotte. Di questo luogo oscuro ai più, ma centralissimo per posizione e storia, rimane oggi solo traccia in un toponimo, ossia nel nome di una via che da Piazza Scala porta verso Piazza Meda.

Una foto d'epoca immortala la Via Case Rotte, nella versione pressocchè moderna

Una foto d’epoca immortala la Via Case Rotte, nella versione pressocchè moderna

Ma perché questo nome di malaugurante accoglienza? Spesso il destino di un luogo è legato alla fortuna di una famiglia; e da qui la potente e decaduta famiglia dei della Torre o dei Torriani, storica rappresentante della fazione opposta ai Visconti, nonché proprietaria dell’intero quartiere, fin dal 1240 controllava l’intero comune. Ma dopo una lotta lunga e aspra per il controllo del potere, i Visconti ebbero la meglio sui Torriani, diventando così duchi di Milano. La vittoria fu tutt’altro che incruenta, poiché all’inizio del XIV secolo portò al saccheggio e alla distruzione dei ricchi edifici appartenuti all’antica casata contrassegnata dagli stemmi turriti, da parte della fazione filo-viscontea che si assicurò in tal modo il controllo assoluto sulla città e sui ricchi commerci. Come monito per chiunque avesse osato mettersi contro i nuovi padroni di Milano, le macerie delle “case rotte” rimasero per parecchio tempo in quel luogo, e i Torriani furono spinti all’esilio nelle loro proprietà del Canton Ticino (tanto che ancora oggi risultano essere signori del mendrisiotto!). Solo col 1567, l’area viene “pacificata” e riordinata, essendo assegnata ai Gesuiti, che qui creano anche la loro Casa Professa.

Gli sventramenti nell'antico quartiere, per la costruzione della Banca Commerciale, lasciano intravedere porzioni dell'antica chiesa di S. Giovanni alle Case Rotte (foto dell'archivio Cariplo)

Gli sventramenti nell’antico quartiere, per la costruzione della Banca Commerciale, lasciano intravedere porzioni dell’antica chiesa di S. Giovanni alle Case Rotte (foto dell’archivio Cariplo)

Ma ancor prima dell’arrivo dell’ordine, il vero fulcro del quartiere diviene l’edificio della Chiesa di S. Giovanni, appunto, alla Case Rotte. Questa era sede di un’istituzione di utilità sociale di primaria importanza, cioè della potente Confraternita dei Disciplini. Questa infatti sovrintendeva all’assistenza dei condannati a morte e alla sepoltura dei loro cadaveri. Nel 1873, in pieno clima anti-clericale dopo la conquista di Roma, il Comune di Milano, ne acquisterà l’edificio, lo chiuderà al culto, destinandolo a uffici.  E qui il cerchio si chiude, poiché nel 1906 per far completare la nuova sede della Banca Commerciale, l’arch. Luca Beltrami, incaricato della costruzione dell’opera, col favore del Comune decide di demolire la ex chiesa e ciò che rimane del vecchio quartiere.

Veduta di Piazza Scala ancora con gli antichi edifici delle Case Rotte (cartolina d'epoca)

Veduta di Piazza Scala ancora con gli antichi edifici delle Case Rotte (cartolina d’epoca)

La distruzione, ben documenta dalla mostra alle Gallerie d’Italia, è della fine del 1907. Si recuperano gli affreschi e la facciata, che verrà poi ricostruita in Via Ariosto, dall’arch. Paolo Mezzanotte nel 1924, sul fianco di un’altra chiesa demolita e in parte ricostruita, quella di S. Maria Segreta…..ma questa è un’altra storia!.

Omaggio a Milano che crea e distrugge reloaded

Concedetemi con poche note di rispondere a Ciabattinasx, che mi ha tirato in causa, all’interno del suo articolo, Omaggio a Milano che crea e ditrugge . Si tratta, per quanti di voi non abbiano avuto modo di leggerlo, di una serie di riflessioni sulla mostra sul fotografo Arnaldo Chierichetti, figura che come appassionato di cose milanesi conosco bene. Il suo famoso negozio di Porta Romana, condotto oggi in maniera oculata (è il caso di dirlo!) da sua figlia Elda, che non si occupa di fotografia, fa parte di quel patrimonio di botteghe storiche del tessuto di saperi  milanesi riconosciuti e pluripremiati.

Una irriconoscibile Milano sull'acqua, da uno scatto di A. Chierichetti

Una irriconoscibile Milano sull’acqua, da uno scatto di A. Chierichetti

Ma, entrando nello specifico, riprendo una serie di punti, ampliando un po’ la visione sulle dinamiche dello sviluppo urbano della nostra città. Ciabattinasx, un’entusiasta fautrice del nuovo (e su questo punto chi non vuole esserlo più di noi, generazione di 40-50ntenni!), pone come questione la capacità della città di autorigenerarsi. Ma c’è anche dell’altro: il vero punto debole di tale ragionamento sta sul perché e sul come. Infatti, se nel dopoguerra le ragioni erano a tutti chiare, e se negli anni ’60, sotto la spinta della crescita demografica della nuova immigrazione dal sud, le esigenze abitative avevano già attirato anche gli appetiti di famelici speculatori edili (basta vedere, fra tutte le varie possibilità, lo stato delle nostre periferie, frutto di quell’ondata di cemento che fu riversata sui territori di frangia!), tra gli anni ’80 e l’affacciarsi del nuovo millennio i fenomeni speculativi si amplificano, sotto la spinta di grandi imprese costruttive e poi di vere e proprie organizzazioni finanziarie, a cui nemmeno le istituzioni riescono a porre un freno. Su questo tema, a chi fosse interessato, indico l’introduzione al percorso  sulle più importanti architetture milanesi, pubblicato su LombardiaBeniCulturali.

Milano che sale (foto di Luigi Alloni)

Milano che sale (foto di Luigi Alloni)

Quindi, non più il nuovo fine a se stesso o per spirito di progresso, ma in nome di una spropositata sete di denaro e di potere. E allora meglio distruggere il brutto per avere qualcosa di nuovo, acquisteremmo, oltre al vantaggio estetico e a una maggiore qualità abitativa, un freno al consumo di suolo dei nostri territori di periferia, dei parchi, o delle ben note aree industriali dismesse della nostra città. In ultimo, Ciabattinasx cita il progetto Porta Nuova, l’immensa area, bloccata sin dal primo PRG (Piano Regolatore Generale) degli anni ’60, e oggi urbanizzata molto al di sopra di qualunque indice di edificabilità in città. Ma anche qui il masterplan iniziale è stato tradito più volte, perdendo lo spirito compositivo di insieme e creando un puzzle di stili, antenne di personalità e interessi diversi, che poco si parlano fra loro. Di tutto ciò salverei solo gli edifici intorno alla neo-piazza Gae Aulenti, per citare una dei protagonisti della Milano degli architetti anni ‘80.

Piazza Gae Aulenti (Foto di Luigi Alloni)

Piazza Gae Aulenti (Foto di Luigi Alloni)

La Galleria de Milan: una Tangentopoli da fine ‘800 per il primo “centro commerciale”.

L’isolato oggi occupato dalla Galleria è un’area enorme tanto grande da aver preso il posto di un quartiere della vecchia Milano, conosciuto come Contrada dei Due Muri. Storicamente il primo muro difensivo era stato costruito dai Celti, e con l’arrivo dei Romani ne fu realizzato uno parallelo. In seguito l’abitato aveva seguito l’andamento delle mura che erano così vicine da tenervi incuneate una serie di case strette e fatiscenti, in un tessuto fittissimo fatto di vicoli e costruzioni, uno sopra l’altra. Nel 1864, presero avvio i lavori per la costruzione della Galleria: la città la offre al nuovo re Vittorio Emanuele II, in occasione della sua visita. Così il progettista l’arch. Giuseppe Mengoni, nel 1865 posa la prima pietra, nell’area dell’Ottagono, alla presenza del re, sotto una fitta nevicata (come immortalato nel quadro di Domenico Induno).

Domenico Induno- La collocazione della prima pietra della Galleria Vittorio Emanuele, 1865

Domenico Induno- La collocazione della prima pietra della Galleria Vittorio Emanuele, 1865

L’idea, con una struttura reticolare in ferro e vetro, consiste nella creazione di una strada pedonale coperta, adibita a elegante centro commerciale, su una pianta a croce. La nuova strada o “bazar”, sarà la prima di una serie di imitazioni, così come avverrà a Napoli per la Galleria Umberto I, negli anni ’80 dello stesso secolo. I muri perimetrali vengono rivestiti con decorazioni di gusto ottocentesco, con cariatidi, graffiti, stucchi, grandi mosaici a colori con figurazioni allegoriche.

La Galleria Umberto I di Napoli

La Galleria Umberto I di Napoli

Ma dove ci sono grandi opere da creare, si coagulano grandi interessi e grandi appetiti, fin dall’Unità d’Italia. Nel 1867 in seguito a uno scandalo per la sua costruzione si hanno le dimissioni del sindaco: in marzo si era scoperto che gli edifici della Galleria erano più alti di un piano rispetto al progetto, aumento concordato segretamente dal sindaco con la società inglese, che si era fatta carico dell’opera! Si scopre inoltre che un congiunto del sindaco aveva acquistato due edifici da demolire e li aveva rivenduti con grande profitto al Comune che gestiva gli espropri. Insomma tutto il mondo è paese e i mali d’Italia arrivano da lontano….Una Tangentopoli ante-litteram…E adesso la buona notizia, come direbbe la Gabanelli: nello stesso anno si ha l’apertura della nuova galleria. Ma l’arch. Mengoni, non assisterà al compimento della sua creatura, perché scivolerà da un’impalcatura, nel 1877, morendo sul colpo.

L'ottagono della Galleria V.E. con le luminarie natalizie (Foto di Alloni Luigi)

L’ottagono della Galleria V.E. con le luminarie natalizie (Foto di Luigi Alloni)

Diverrà ben presto la sede di tanti locali storici: il confetturiere Biffi, apre qui sin dalla prima ora (sarà anche il primo esercizio a cui viene rotta la vetrina da manifestanti nel 1867 durante una protesta contro l’arresto di Garibaldi); il Caffè Gnocchi, sul braccio verso Piazza Scala, assiste nei suoi locali all’accensione della prima luce elettrica; l’editore Ricordi, ha anche lui qui le sue vetrine; Gaspare Campari, l’inventore del famoso bitter, si trasferisce qui con casa (qui nasce infatti suo figlio Davide nel 1867) e bottega; il Caffè Zucca in Galleria dal 1867 (è anche quello che ha registrato ben 87 rotture di vetrine da parte dei dimostranti politici che facevano scorribande in Galleria); persino il Corriere della Sera ha i primi uffici al n.77 della Galleria (nel 1876 tira già 3000 alle 15.00 copie, ha già cambiato più volte proprietario ed inseguirà per molti anni, in numero di tirature, la concorrente La Perseveranza), almeno fino al 1880.

Veduta baricentrica (Foto di Alloni Luigi)

Veduta baricentrica (Foto di Luigi Alloni)

Nel 1884 nasce il Savini, il più noto ristorante di Milano: Virgilio Savini che gestiva un caffè in via Unione, aveva rilevato nel 1881 la birreria Stocker, lì dal 1875. Nel 1902 nel locale viene fondato l’antesignano dell’Automobile Club di Milano da 50 proprietari d’auto. A Milano ci sono già 194 vetture! Nel 1925 apre il bar Camparino (ora Zucca) in Galleria. L’arredo, tuttora esistente, comprende i ferri di un maestro del liberty, Alessandro Mazzucotelli, lo stesso che disegnò i lampioni che illuminano ancora oggi, Piazza Duomo.

Palazzo Marino: le mille e una leggenda.

Abbiamo già visto , nella scorsa uscita, come Piazza della Scala sia stata il frutto della sistemazione di un palazzo rimasto incompiuto per secoli e ammantato di misteri e curiosità.

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La storia della dimora voluta dal banchiere genovese Tommaso Marino è segnata da infinite legende, sin dall’inizio: la prima vuole la sua costruzione legata all’amore del conte Marino per Ara, una nobil donna veneziana incontrata in S. Fedele, degna di una abitazione di pari fasto ad un edificio veneziano, come dettavano le condizioni del padre, per poter ottenere la sua mano. In quei giorni venne composta una canzone che a Milano ancora qualcuno ricorda: «Ara, bell’Ara discesa Cornara, de l’or fin, del cont Marin strapazza bardocch, dent e foeura trii pitocch, trii pessitt e ona massoeura, quest l’è dent e quest l’è foeura» (Ara, bell’Ara della famiglia Cornaro, dai capelli di oro fino, appartieni al conte Marino strapazza preti, dentro e fuori di casa ci sono tre bravi, con la mazza e i tre pesciolini, questo e dentro e questo e fuori). Da questo amore nacque Virginia, che sposò in seconde nozze Martino de Leyva, nipote di Antonio de Leyva, il primo governatore spagnolo di Milano. Dai due, che abitavano a palazzo Marino, nascerà nel dicembre 1575 (o nel gennaio 1576), pensate un po’, Marianna, la futura “Monaca di Monza” di manzoniana memoria. Un altro figlio del banchiere fu oggetto di un altro scandalo della Milano del XVI sec., avendo ucciso la moglie, tanto che dopo il successo ottenuto dai Promessi Sposi, intorno alla famiglia Marino erano già sorte delle leggende, che, confondendo i protagonisti dell’autentico dramma, attribuivano all’anziano Tommaso l’uxoricidio commesso in realtà dal figlio. A questo delitto, che sarebbe avvenuto in una fantomatica villa di Corbetta, si ispirano alcuni drammi e racconti romantici. Un’altra legenda vuole la costruzione del palazzo, legata ad una maledizione lanciata da un detrattore dell’usuraio Marino, per cui il frutto delle sue rapine si sarebbe trasformato in rovine (così fu dopo la bancarotta del conte, lasciandolo incompiuto, espropriato prima dagli spagnoli per i debiti accumulati dagli eredi e infine confiscato dagli Austriaci nel 1706).

Vecchia stampa riproducente il prospetto su Piazza S. Fedele, per secoli la facciata principale del palazzo

Vecchia stampa riproducente il prospetto su Piazza S. Fedele, per secoli la facciata principale del palazzo

Tale edificio tardo rinascimentale era stato concepito nel 1558  dall’architetto (che lavorava fino ad allora a Genova!) Galeazzo Alessi, per essere collegato col Duomo, sull’asse che passava davanti alla facciata principale (che in origine era quella che prospetta su San Fedele e non quella su Piazza Scala, quella rimasta per secoli incompiuta!), da Via Case Rotte alla trasversale dell’odierna Via Marino: anticipazione, seppur spostata di un isolato, della Galleria Vittorio Emanuele! Anche il cortile d’onore era stato concepito come sala aperta con accesso dalla stessa asse. Altro momento epico anche per la storia d’Italia, fu il periodo risorgimentale, quando il palazzo, già sede del Dazio e Tributi, nel 1848 divenne sede del Governo Provvisorio. Durante durante le V Giornate, diviene anche la redazione del giornale “Il 22 Marzo, organo ufficiale del Governo provvisorio. Lo dirige Carlo Tenca. Memorabile rimase anche, durante questo convulso periodo il discorso di Gabrio Casati, presidente del Governo provvisorio, che affaciatosi dal balcone sul lato di Piazza S. Fedele accoglieva i 150 volontari napoletani, reclutati e guidati da Cristina Trivulzio di Belgioioso. Dopo i moti, alcuni repubblicani contrari all’annessione della Lombardia al Piemonte invadono il palazzo e strappano la sciarpa al presidente Casati. Ma l’annessione Lombarda al Piemonte passa a maggioranza.

vecchia+milano+palazzo+marino

La facciata su Piazza Scala, nel periodo post-unitario, dopo la demolizione delle catapecchie che ne ostruivano la vista

Con l’Unità d’Italia e la demolizione delle catapecchie antistanti per creare Piazza Scala, si mette mano alla facciata principale: nel 1892 l’arch. Beltrami, lo stesso che restaurerà il Castello Sforzesco, decide di completare la quinta riproponendo la copia del prospetto che si affaciava da secoli su Piazza S. Fedele, dove oggi campeggia la statua del cantore della vita della Monaca di Monza: Alessandro Manzoni

Piazza Scala come in un trailer: 2 palazzi, la movida di fin siècle e la prima edicola.

Dopo l’articolo sulla costruzione della Scala, illustriamo ora come la piazza antistante – sorprendentemente – non sia stata progettata per dare respiro e lustro alla facciata dell’edificio, quanto piuttosto per esaltare un altro palazzo!… ovvero il “dirimpettaio” Palazzo Marino!Tutto iniziò infatti in occasione della visita di Francesco Giuseppe del 1857, che prevedeva la demolizione delle catapecchie che si erano appoggiate, nel corso del tempo, intorno all’enorme edificio voluto dal banchiere genovese Marino nella seconda metà del XVI sec., destinato a diventare nuova sede del Municipio dopo la liberazione dagli austriaci.

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In tal modo, nel 1861 veniva aperta la piazza intitolata al nostro maggior teatro che acquistava la sua definitiva ampiezza: le carrozze che portavano alla Scala non erano più costrette a scappar via per non assieparsi lungo una via stretta che non permetteva nemmeno di vedere l’intera facciata del teatro… in altre parole si parlava di traffico già allora!! Ciò portava purtroppo alla scomparsa, insieme alle baracche, di una serie di edifici storici cari ai vecchi milanesi, come la Casa Borrani, che ospitava il famoso Caffè del Teatro, poi Caffè della Cecchina.Ma i punti di ritrovo e di svago vennero subito sostituiti, tanto che col periodo post-unitario la piazza divenne lo spazio della “movida” milanese!… ovvero il luogo preposto al dopo teatro, con moderni locali ospitati negli edifici circostanti: il caffè dei Virtuosi, per gli artisti e il caffè Martini, con i bigliardi, per i tiratardi.

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In piazza viene installata la prima edicola italiana, ubicata in un angolo di un portico, insieme a quella dietro il Duomo, per la vendita dei giornali.Dal 1865, nell’angolo, a sinistra di Palazzo Marino, veniva costruito uno degli ingressi alla Galleria Vittorio Emanuele, peraltro non in asse con l’accesso dal Duomo, risolvendo la difficile cucitura tra le due piazze principali della città. Fu poi nel 1872 che si pose nel centro la statua con Leonardo da Vinci, sul piedistallo, e i suoi allievi lombardi, i pittori Giovanni Antonio BoltraffioAndrea Salaino, Marco d’Oggiono e Cesare da Sesto… quasi tutti milanesi d’adozione ante-litteram!